Lettera a Hollande: la Francia saprà Fare come in Libia? (Le Corriere Della Sera, le 29 mai 2012)

BHL CORRIERE DELLA SERA 1A Cannes, alla presenza di due combattenti siriani usciti clandestinamente dal loro Paese, è appena stato proiettato il film che ho girato durante i sette mesi di campagna per la liberazione della Libia.

Proprio mentre le immagini scorrevano sullo schermo, a Hula, in Siria, era in corso uno dei più orribili massacri mai perpetrati dall’ inizio di quest’ altra guerra, che dura da più di un anno, condotta da Bashar Assad contro il suo popolo.

Ecco la dichiarazione resa in quell’ occasione da uno dei due combattenti siriani, davanti ai giornalisti, con il volto coperto dalla bandiera della rivolta: «Ho appena visto il film del nostro amico francese sui miei fratelli libici, sulla guerra di liberazione, sull’ aiuto che hanno ricevuto e senza il quale sarebbero morti. Io sono un militare, e ho pianto. Le mie lacrime erano dovute all’ emozione, ma anche alla rabbia. Noi siriani stiamo morendo. Dove sono gli aerei francesi, gli aerei inglesi, gli aerei dei Paesi « fratelli »? Dove sono le armi che arrivavano da tutto il mondo ai combattenti nel deserto libico? Dove siete, amici della libertà? Perché i vostri governi non ascoltano più la vostra voce, i vostri appelli? Perché hanno paura di Assad, loro che non hanno avuto paura di Gheddafi? Perché? Perché? Possiamo vincere la battaglia della libertà, insieme a voi. Aiutateci, vi prego. Grazie alla Francia».

Voglio riferirle queste parole, presidente Hollande, mentre si aggrava, di ora in ora, il bilancio di questa carneficina compiuta a sangue freddo, con l’ uso di armi pesanti, a Hula.

Voglio portare alla sua attenzione questa richiesta di soccorso, mentre arrivano le immagini di quei 32 bambini con il cranio fracassato, il volto ridotto in poltiglia, nel piccolo obitorio della città. E voglio rivolgerle a mia volta una domanda molto diretta.

La Francia farà, per Hula e Homs, quel che ha fatto per Bengasi e Misurata?

E lei, signor presidente, si avvarrà della sua forte credibilità personale, e di quella del nostro Paese, per tornare dai nostri alleati di ieri e, con loro, con la Gran Bretagna, gli Stati Uniti, la Lega Araba e la Turchia, concordare una strategia che vada al di là del «pieno sostegno al piano Annan» di cui si parla nel comunicato diffuso domenica, alle 18, dall’ Eliseo?

Farà in modo che il gruppo di Paesi amici del popolo siriano nel quale noi godiamo, in virtù del ruolo di primo piano che abbiamo svolto in Libia, di un’ influenza decisiva, rifletta sulla rapida messa in atto di una o più delle opzioni già presenti sul tavolo e che aspettano solo un Capitano: i perimetri di sicurezza, al confine con la Giordania o con la Turchia, proposti dal Qatar; l’ idea delle «no-kill zones», formulata dal ministro degli Esteri turco, con la conseguente protezione, nel cuore del Paese, degli elementi dell’ Esercito siriano libero dotati di armi difensive; zone vietate, nel cielo, agli elicotteri della morte e, sul terreno, ai convogli blindati che trasportano truppe e attrezzature materiale militare?

Oppure si lascerà vincere dal disfattismo dei Norpois (personaggio della Recherche di Proust, ndr) che si sono sempre sbagliati; che, la vigilia della caduta di Tripoli, prevedevano ancora un «pantano»; e che farfugliano ovunque che la-Siria-non-è-la-Libia, che Assad-non-è-Gheddafi o che la-Russia-e-la-Cina-metteranno-inevitabilmente-il-loro-veto, per cui non facciamo niente, non rischiamo niente, e restiamo a braccia conserte di fronte alle atrocità?

So bene, signor presidente, che lei ha altre priorità, un’ altra agenda, impegni che ha assunto e che deve rispettare.

Ma che cosa era più urgente: andare in Afghanistan a preparare i ritiro anticipato dei nostri soldati o prendere l’ iniziativa in Siria?

Che cosa è più importante: annunciare la riduzione dello stipendio dei suoi ministri e il congelamento del prezzo dei carburanti o la presentazione al Consiglio di Sicurezza di una risoluzione che autorizzi il bombardamento dei carri armati schierati all’ esterno delle città, in posizione di tiro?

Rinsaldare il tandem franco-tedesco, farsi conoscere meglio da Angela Merkel, salvare l’ euro, sono obblighi imprescindibili; ma non lo è anche salvare un popolo? E perché la tragedia greca BHL CORRIERE DELLA SERA 2impedirebbe di alzare la cornetta per spiegare, come fece il suo predecessore, al suo omologo russo e quello cinese che il loro cieco sostegno al terrorismo di Stato siriano li disonora e li indebolisce?

Ci siamo incontrati, su suo invito, il 27 gennaio scorso, all’ inizio della campagna elettorale.

Le avevo ricordato che Nicolas Sarkozy, il 10 marzo 2011, di fronte agli emissari libici venuti a chiedere aiuto alla Francia, aveva confidato che, se il Consiglio di Sicurezza avesse bloccato una risoluzione tesa a far rispettare «la responsabilità di proteggere», che è uno degli obblighi delle Nazioni Unite, avrebbe ripiegato su una istanza di legittimità di formato più ridotto, con il sostegno dell’ Unione europea e della Lega araba.

Quel giorno ho avuto l’ impressione che, con il senno di poi, anche lei giudicasse quell’ iniziativa ragionevole.

Ho avuto la sensazione, soprattutto, che condividesse l’ idea che Assad non è più forte di quanto non lo fosse Gheddafi; e che in realtà egli è forte solo della nostra astensione, del nostro lassismo, della nostra vigliaccheria.

È questa una delle ragioni che mi hanno spinto a votare per lei. Spero di non essermi sbagliato.

Come diceva quel combattente siriano dal volto coperto: non dobbiamo avere paura di una tigre di carta.

(Traduzione di Enrico Del Sero) RIPRODUZIONE RISERVATA

Levy Bernard Henri


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