La version italienne de "Qui sauvera les chrétiens d'Orient ?" (Le Corriere della Sera, le 26 août 2014)

chrétiensd'orientNel gennaio del 2011 avevo pubblicato un articolo intitolato «Come salvare i cristiani d’Oriente?». Poco tempo prima, papa Benedetto XVI aveva dichiarato che i cristiani erano divenuti, su scala planetaria, «il gruppo religioso esposto al più gran numero di persecuzioni a causa della loro fede». E osservando, dall’Egitto alla Nigeria – dove la setta Boko Haram cominciava a farsi conoscere -, dalle Filippine al Sudan e alla cattedrale di Bagdad funestata da una spaventosa carneficina, la serie di crimini anticattolici verificatisi nella sola notte di Natale, gli avevo evidentemente dato ragione. In quell’articolo spiegavo come un miscuglio di laicismo mal compreso, di odio di sé europeo e di antimperialismo alla Pavlov ci stesse rendendo ciechi di fronte al capovolgimento storico che trasformava una religione a lungo conquistatrice e dominante in una religione dominata, martirizzata, i cui fedeli venivano bollati di un’infamia mortale. E predicevo che, se non si fosse fatto nulla, se la comunità internazionale non avesse preso atto della situazione, se non avesse protestato – all’unanimità e soprattutto unendosi in una sola forza – contro l’ondata anticristiana, andavamo verso un disastro umano, un crimine contro lo spirito e la civiltà, da lungo tempo senza precedenti in quella parte del mondo.

Caccia ai cristiani

Ed ecco che, tre anni e otto mesi più tardi, l’antica città assiro-caldea di Qaraqosh è stata svuotata dei suoi cristiani, che non hanno avuto altra scelta se non la conversione, l’esilio o la morte. A Mosul, l’antica Ninive, le case cristiane sono state contrassegnate da una «N», come nazareni: un invito ad andarsene per gli uni e un permesso di saccheggiare e depredare per gli altri. Nei borghi e nelle borgate circostanti, a Hamadanyia, Bartella, Tall Kayf, in tutta la parte settentrionale dell’Iraq adiacente al Paese curdo, come nelle regioni della Siria dove altri squadroni di folli di Dio e di banditi edificano il secondo lembo del loro Stato islamico, si parla – ma non è stato possibile verificare tutte le informazioni – di esecuzioni sommarie e di massa, di donne incinte sventrate, di giovani uomini crocifissi, insomma di intere comunità di fedeli cui si fa rivivere, duemila anni dopo, lo stesso martirio di Cristo.
Se a questo si aggiunge il caso degli yazidi di Sinjar, una minoranza i cui riti si ispirano a religioni dell’antica Persia e al sufismo, ma anche al cattolicesimo, e che per gli islamo-fascisti è un altro covo di Satana, è tutta la regione del Levante – la culla del Cristianesimo, che tanto ha fatto per la ricchezza spirituale dell’umanità e dove ancora si parla, nelle chiese, la lingua stessa di Gesù – che sta diventando non solo judenfrei , ma christlichfrei , «ripulita» dei suoi cristiani, dopo esserlo stata dei suoi ebrei. Allora, davanti a questa serie di crimini, di fronte a quella che possiamo chiamare la soluzione finale di una questione cristiana che da secoli ossessiona, checché se ne dica, la regione, cosa si può fare?

Chi reagisce

La Francia alza la voce, e va bene. Ban Ki-moon parla di crimine contro l’umanità, e va benissimo. Gli Stati Uniti di Barack Obama emergono infine dal loro sonno isolazionista per portare rinforzi ai peshmerga curdi, l’unica forza regionale, per il momento, che osa resistere e far fronte al nemico, e non possiamo che rallegrarcene. Ma nulla di tutto questo sarà sufficiente, lo sappiamo per certo, a far tornare a casa i cristiani perseguitati. E la verità è che l’essenziale dell’impegno, dell’azione di forza, dovrà venire dallo stesso mondo arabo-musulmano. Prendiamo ad esempio l’Arabia Saudita, che è alleata dell’Occidente, e dove da anni e anni si incoraggia e si finanzia una jihad cui gli uomini di Al-Baghdadi non hanno fatto altro alla fin fine che dare la sua forma più radicale: non è tempo di spingerla ad assumersi le proprie responsabilità? E il Qatar che, con una mano, compra club sportivi, luoghi di memoria o quanto di meglio esiste dell’apparato industriale di tale o talaltro Paese europeo e, con l’altra, pratica a domicilio un anticristianesimo ordinario che può solo incoraggiare gli assassini: non abbiamo i mezzi diplomatici, politici, economici per aiutarlo a chiarire le sue vere intenzioni? Non è urgente riflettere con tutte le capitali arabe – dove non sono molte, sia detto en passant , le autorità morali o religiose ad aver espresso il loro orrore per l’operazione di purificazione etnico-spirituale in corso a Mosul e a Qaraqosh – sul miglior modo di fermare, prima che sia troppo tardi, orde di assassini di cui si dovrebbe dire chiaramente che la bandiera nera non ha nulla a che vedere con la loro? Infatti la sfida è proprio qui. O i sostenitori dell’Islam tollerante e moderato sconfessano e combattono i khmer verdi del Levante; oppure non ne hanno il coraggio e la mistica della Umma prevarrà sull’amore per la vita e la propria sopravvivenza e andranno dritti alla guerra di civiltà che quei barbari hanno dichiarato, e di cui le loro donne, i loro figli ed essi stessi saranno, dopo i cristiani, il prossimo bersaglio.
(traduzione di Daniela Maggioni)


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