La traduction italienne du dernier papier de Bhl sur Dsk (Le Corriere Della Sera, 4 juillet 2011)

LOGO CORRIERE DELLA SERAStrauss-Kahn simbolo della Francia arrogante diventa emblema di un mondo di privilegiati

La vicenda Strauss-Kahn non è finita. Perché sia finita bisogna che la giustizia americana vada fino in fondo alle proprie investigazioni e al proprio lavoro. Perché sia veramente finita bisogna che a Dominique Strauss-Kahn siano restituiti non solo la libertà, ma— cosa ancora più importante— il suo onore. Il caso Strauss-Kahn non sarà chiuso finché non verrà stabilito che non è mai esistito e che l’accusatrice, non contenta di aver mentito su tale o tal altro aspetto del proprio passato, ha ugualmente mentito accusando l’ex direttore generale del Fmi di averla violentata. Comunque, fin da ora, e tenuto conto delle rivelazioni del New York Times di venerdì scorso, si può trarre qualche lezione da quello che probabilmente, molto presto, si finirà per definire il non affare Strauss-Kahn.

CORRIERE DSK 11. La cannibalizzazione della Giustizia da parte dello Spettacolo. Una cannibalizzazione che non è propria dell’America, naturalmente, e in Europa ne abbiamo avuto tanti esempi recenti. Ma bisogna ammettere che, con questa vicenda, essa ha toccato culmini di oscenità.
Oscene le conferenze stampa improvvisate, sui gradini di un palazzo di giustizia normalmente votato a stabilire con prudenza la verità, dall’avvocato dell’accusatrice. Oscene le parole — «shame on you» , vergognati — lanciate il 6 giugno contro Strauss-Kahn, mentre si recava all’udienza, da battaglioni di cameriere che non sapevano nulla del dossier e la cui protesta era stata orchestrata, messa in scena. Oscena, infine, sebbene in un altro ordine di idee, la famosa «perp walk» , l’esibizione pubblica di Strauss-Kahn ammanettato, cui tutti gli indagati senza eccezione sono sottoposti, ma che, tenuto conto della personalità di questo indagato, poteva solo degenerare in un supplizio planetario e, sempre tenuto conto di chi era Strauss-Kahn, equivaleva a una sorta di pena capitale per un crimine di cui nessuno sapeva, allora, se lo avesse commesso o meno. L’immagine di Strauss-Kahn umiliato, ammanettato, trascinato più in basso che a terra, la degradazione di un uomo di cui, tuttavia, nulla ha potuto scalfire la nobiltà muta, non erano soltanto crudeli, ma anche pornografiche. E lo erano almeno quanto il visibile godimento dell’avvocato Kenneth Thompson che si dava da fare a spiegare, davanti alle telecamere del mondo intero, la «vagina » — sic — della sua

2. Il robespierrismo di tale messa in scena giudiziaria. Cos’è il robespierrismo? È una parola che viene dalla Rivoluzione francese, certo. È una parola che indica il modo che usavano i terroristi dell’epoca per impadronirsi di un uomo di carne e di sangue; per disumanizzarlo trasformandolo in un simbolo astratto; e per cucire nella pelle di tale simbolo tutto quello di cui la società dell’ancien régime andava purificata. Ebbene, è giocoforza constatare che l’America pragmatica e ribelle alle ideologie, il Paese dell’habeas corpus che secondo Tocqueville aveva il sistema giudiziario più democratico del mondo si è adeguato, in questa vicenda, a un robespierrismo preso in prestito dalla Francia, e spinto all’estremo, ahimè, della sua follia. Dominique Strauss-Kahn non era più Dominique Strauss-Kahn. Non era più un uomo singolo, dotato di una parola singola e di cui si sarebbe dovuto ascoltare la versione dei fatti per poterla confrontare con quella della signora Diallo. No. Era il simbolo della Francia arrogante, l’emblema di un mondo di privilegiati odiosamente sicuri della propria impunità. Era lo specchio di un mondo di banchieri bianchi mondializzati che costituiscono Wall Street e di cui l’altra America, quella delle Main Street di tutte le città del Paese, si sentiva nemica essenziale. Di fronte a questo, la signora Diallo rappresentava l’allegoria delle donne picchiate, umiliate e, per di più, immigrate e povere, la cui parola, troppo a lungo soffocata, finalmente si esprimeva attraverso di lei. Il guaio è che non è questa la giustizia. La giustizia non contrappone simboli, ma esseri umani. A meno che non si cada, ancora una volta, in quello che Condorcet, una delle vittime fra tante altre di Robespierre, chiamava «zelo compassionevole dei cosiddetti amici del genere umano» e che io chiamerei «linciaggio compassionevole dei cosiddetti amici delle minoranze» .

3. Infatti, ancora in Francia, il robespierrismo è sempre andato d’accordo con un altro «ismo» , apparentemente il suo contrario, in realtà suo gemello, che si chiama «barresismo» . Cos’è il barresismo? È una visione del mondo tratta dal nome dello scrittore nazionalista francese, contemporaneo dell’affaire Dreyfus, Maurice Barrès. Ed è, in particolare, a proposito appunto di Dreyfus, la sua celebre frase: «Che Dreyfus sia colpevole, lo deduco non dai fatti stessi, ma dalla sua razza» . Il caso Strauss-Kahn evidentemente non c’entra niente con il caso Dreyfus. E tengo a precisare, affinché le cose siano chiare, che non credo abbia avuto molto a che vedere con la religione mondiale che è l’antisemitismo. Credo, invece, che abbia fatto apparire una variante inedita della frase di Maurice Barrès: «Che X, in questo caso Strauss-Kahn, sia colpevole, lo deduco non dalla sua razza ma dalla sua classe» . Questo enunciato, insieme alla trasformazione terroristica dell’ «individuo» Strauss-Kahn in un «sospetto» promesso alla ghigliottina mediatica, è bastato ad alimentare, poi a far funzionare a pieno regime, il meccanismo fatale. Un solo esempio. Tutti i lettori di queste righe avranno in mente un esempio. Io stesso potrei citarne dieci. Ma tengo a questo qui. È una lettera di Bill Keller, direttore del New York Times, che ho ricevuto il 20 maggio e che non ho scrupoli a rendere pubblica, poiché era destinata, come anche la risposta che gli ho inviato, al suo blog del Sunday Magazine. Nella lettera, dunque, Bill Keller si diceva «colpito» e «sbalordito» che il «57 per cento dei francesi» e, in particolare, il «70 per cento dei socialisti» sembrassero abbracciare la causa di Dominique Strauss-Kahn, mentre «ci si sarebbe potuti aspettare» che manifestassero una «empatia ideologica con una cameriera africana» . Non dico che Keller fosse tra coloro che, al contrario, manifestavano antipatia verso il banchiere potente e bianco. E tanto meno lo dico in quanto è dal New York Times che sono finalmente emersi gli elementi di verità che hanno permesso lo spettacolare colpo di scena al quale stiamo assistendo. Ma sostengo che formulare il problema in questi termini, evocare queste categorie politiche in un dibattito in cui non c’entravano nulla, inserire considerazioni ideologiche in un campo dove, per eccellenza, non hanno libero accesso era, in sé, molto inquietante. Soprattutto— non ho smesso di ripeterlo, qui e altrove — il fatto stesso di ammettere che, in una vicenda giudiziaria, possano entrare empatie di questa sorta era come inventare una giustizia di classe all’inverso, non meno problematica né, alla fine, meno criminale della vecchia. Quindi, non più, come una volta: «Mascalzoni di poveri, i ricchi hanno sempre ragione» . Ma: «Mascalzoni di ricchi, sono i poveri, gli offesi ad aver sempre e per forza ragione» .

4. Tanto più che si è aggiunta un’altra tentazione caratteristica della nostra epoca: sacralizzare la parola della vittima. Sia ben chiaro: se c’è una lotta che ho portato avanti per tutta la CORRIERE DSK 2vita e di cui sono fiero, è quella che consiste nel rendere la parola agli umili e agli emarginati. Una lotta che ho condotto in Bosnia, ai confini dell’Asia, nelle guerre dimenticate d’Africa ma anche, ugualmente o quasi, nel nostro mondo ufficialmente democratico, dove sono occorsi decenni di battaglie per far sì che l’uguaglianza dei diritti non fosse una vacua parola e che lo stupro, per esempio, fosse riconosciuto come un crimine vero e proprio. Ma dare la parola agli umili è una cosa; considerarla Vangelo è un’altra: può essere fonte di nuove e terribili ingiustizie. Ebbene, è esattamente quello che è successo con la denuncia sporta dalla signora Diallo. Ancora mi chiedo come tanti editorialisti, tanti uomini di alta coscienza e, sia detto en passant, tante femministe, abbiano potuto considerare come fatto acquisito che la parola di questa donna, una parola di cui si sapeva solo quello che filtrava attraverso il linguaggio lacunoso della giustizia, fosse necessariamente infallibile. La verità è che, anche qui, siamo passati da un estremo all’altro. All’epoca in cui la parola delle vittime del Sistema era screditata per principio, è subentrata un’epoca in cui essa è, sempre per principio, dotata del massimo prestigio. Ripeto: essere vittima della società è una cosa; e nessuno dubita che la presunta vittima del presunto stupro sia vittima di un ordine sociale che paga le proprie cameriere una miseria e le tratta come bestiame. Ma essere vittima di un’aggressione è tutt’altra cosa, di tutt’altra natura, che deve essere stabilita metodicamente, con discrezione e scrupolo, confrontando indizi, punti di vista e testimonianze, evitando che interferiscano le passioni, fossero pure legittime, che animano gli uni e gli altri. È questione di principio.

5. Fin da ora, si può dire che c’è una vittima, in questa vicenda: è il principio stesso, negli Stati Uniti, della presunzione di innocenza. Presto, avremo un’altra vittima: Dominique Strauss-Kahn, se verrà verificato che la Diallo ha mentito anche su quanto è successo nella ormai famosa suite del Sofitel. Ma fin da adesso un disastro si è già avverato: è stato fatto a pezzi, in un Paese dove era uno dei pilastri, il sacrosanto principio secondo cui, anche in un sistema accusatorio, un uomo ha diritto al rispetto della propria integrità e del proprio onore finché non ne sia stata stabilita la colpevolezza. Nel caso di Dominique Strauss-Kahn, questo principio è stato calpestato da certi tabloid (New York Post, Daily News…), uno più abietto dell’altro, che l’hanno trasformato, fin dal primo minuto, in mostro. È stato calpestato da una parte della stampa seria che, come Time Magazine con la spaventosa copertina che illustrava le «menzogne» e «arroganze» dei «potenti» con la foto di un maiale, ha fatto quello che i peggiori tabloid non avevano osato. Infine, è stato polverizzato da una frazione dell’apparato giudiziario americano che, mettendo Strauss-Kahn alla gogna, umiliandolo davanti al mondo intero, accanendosi contro di lui, ha probabilmente rovinato la sua vita. È questo che avevo voluto dire quando scrissi che l’America, dopo aver inventato, sotto George Bush jr, la nozione di «preemptive war» , ha forse cominciato, sotto Cyrus Vance jr., a inventare la nozione, appena meno atroce, di «preemptive penalty» . Si consentirà a un amico degli Stati Uniti di ripetere, nei loro confronti, quello che gli è capitato di dire, così spesso, del proprio Paese quando si sono scatenati uragani mediatico-giudiziari dello stesso tipo: che tutto questo merita, per lo meno, un serio, onesto e sostanziale esame di coscienza.
© RIPRODUZIONE RISERVATA (traduzione di Daniela Maggioni)


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